Frederick Bradley
Borghi, paesi e valli delle Alpi Apuane
Vol. VI – Cave e vie di lizza delle Alpi Apuane, 2026
“Un mare tempestoso istantaneamente pietrificato”. Così, nel 1835, il geografo Emanuele Repetti descrisse il paesaggio delle Alpi Apuane: un’immagine ispirata forse dalle vette che si elevano a guisa di onde gigantesche, e che senz’altro richiama l’eccezionalità della catena montuosa sia per origine, sia nel confronto con il contesto geografico in cui si colloca. Frutto di un evento geologico che non trova eguali, le Apuane formano un formidabile baluardo roccioso di duemila metri di altezza che corre parallelo alla costa tirrenica, da cui dista solo pochi km in linea d’area. La sua formazione si deve a una concausa di eventi stratigrafici e geodinamici che sono alla base della sua caratteristica più nota: quella di possedere il giacimento di marmo più famoso del mondo. Nei monti sventrati dalle cave di Carrara il paesaggio dà conto di come il marmo sia parte integrante e indissolubile della catena apuana, arrivando qui a costituirne l’anima stessa che emerge per ogni dove. In realtà, le aree marmifere sono solo una minima parte del territorio montano: procedendo verso la Versilia, sul versante marittimo, ma anche verso la Garfagnana, sul versante orientale, il corpo marmifero si assottiglia e si sfilaccia gradualmente fino a divenire un evento locale, quasi puntuale, per poi scomparire del tutto. E quindi anche il paesaggio muta: le cime di roccia nuda ora si elevano su valli intonse rivestite prima dal castagno, poi dal faggio e infine dalla prateria di alta quota. Ma il cambiamento non è improvviso: in buona parte del territorio le due componenti paesaggistiche, il marmo intaccato dalle cave e la natura ancora integra, si mescolano l’una all’altra in un rapporto formale che ne evidenzia la complementarietà e al tempo stesso ne tradisce l’inevitabile conflitto.
Se i fenomeni geologici hanno fatto delle Apuane un evento irripetibile, quelli geomorfologici le hanno modellate con forme altrettanto uniche. Le valli strette e profonde, le forre inaccessibili scavate dalle marmitte dei giganti, sono solo l’ultimo atto di un processo erosivo iniziato con lo scioglimento dei ghiacci dell’ultima glaciazione, epoca di cui le Apuane conservano ancora tracce mirabili. Circhi e valli glaciali spesso bordate da depositi morenici disegnano il versante garfagnino e lunigianese, dove la roccia smussata dallo scorrere del ghiaccio arriva a determinare la forma stessa dei rilievi. È il caso del Monte Sumbra, dalla tipica cima arrotondata, e del suo impressionante precipitare verso l’arida incisione della Turrite Secca, toponimo in apparente contraddizione con la forte piovosità della zona, ma segno esteriore di un altro carattere d’eccezione delle Apuane: il suo carsismo. La natura calcarea delle formazioni rocciose che le compongono ha consentito lo sviluppo di un sistema carsico particolarmente esteso e complesso. L’erosione sotterranea, guidata dalla peculiare struttura tettonica e morfologica della catena, ha agito spesso in senso verticale generando cavità a pozzo di profondità inusuale. Tra queste, assume particolare rilevanza l’Abisso Revel, un’orrida voragine di 310 m in caduta libera che si apre con uno squarcio nella roccia viva di ben 600 m2. Ma il fenomeno carsico di maggior interesse è costituito dall’Antro del Corchia, una cavità a vari stadi di formazione che presenta ambienti ricchi di concrezioni ancora attive e che si sviluppa per circa 1200 m in verticale e ben 57 km in pianta, rappresentando la terza cavità italiana per lunghezza e la quarta per profondità. All’estensione e soprattutto alla profondità del sistema carsico si deve anche un’altra importante caratteristica della catena apuana: la diffusa presenza di imponenti risorgive alla base dei rilievi principali. A queste sorgenti, da cui originano i principali corsi d’acqua apuani, se ne associa una, quella di Equi Terme, che presenta un leggero termalismo frutto di una circolazione idrica ben più profonda. Infine, la peculiarità del paesaggio carsico apuano si completa con la curiosa cavità del Monte Forato alla cui genesi ha contribuito anche l’azione del vento: un foro di una trentina di metri di diametro che passa il monte da parte a parte, suscitando così le più fantasiose credenze popolari sulla sua origine.
Su questo substrato d’eccezione non poteva che svilupparsi una copertura vegetale di pari carattere, complici una forte zonazione climatica, causata dalla fisiografia esasperata della catena e dalla sua collocazione a due passi dal mare, e la storia climatica del territorio apuano durante le glaciazioni quaternarie. Il risultato è una componente floristica oltre che varia, soprattutto ricca di endemismi, alcuni dei quali esclusivi delle Apuane come la Santolina apuana (Santolina leucatha) e il Fiordaliso del Borla (Centaurea montis-borlae), quest’ultimo presente solo nell’aspro scenario che fa da cornice ai bacini marmiferi di Carrara. Ma, inaspettatamente, la flora apuana presenta anche specie tipiche di aree umide, impensabili in un territorio di natura carsica: particolari condizioni locali hanno permesso la conservazione di piccole torbiere nelle antiche conche glaciali. Nel Padule di Fociomboli, la più estesa torbiera delle Apuane, vegetano, tra l’altro, tre rare orchidee di cui una riconosciuta essere un vero e proprio relitto glaciale.
Anche la componente faunistica presenta nel complesso caratteri di eccezionalità, soprattutto in considerazione della forte pressione antropica della zona. Oltre ad essere ormai accertato il ritorno del Lupo (Canis lupus), scomparso dai boschi apuani da oltre un secolo, sulle rupi più impervie nidifica stabilmente l’Aquila Reale (Aquila chrysaetos) che condivide le quote maggiori con il raro Gracchio corallino (Pyrrhocorax pyrrhocorax), eretto a simbolo del Parco Regionale. Rimarchevole è anche la presenza del Geotritone apuano (Speleomantes ambrosii), endemico delle Apuane, e il tritone apuano (Triturus alpestris apuanus), di cui è stata recentemente scoperta una vera e propria oasi nello stagno che si è formato sul fondo di una cava di marmo abbandonata. Importanti endemismi si segnalano anche tra gli invertebrati, soprattutto specie cavernicole di coleotteri che popolano le cavità carsiche.
Questo territorio d’eccezione ha rappresentato fin da epoche remote un ambiente favorevole per l’insediamento dell’uomo. Le prime comunità umane di cui si ha notizia, risalenti al Paleolitico, trovarono un rifugio ideale nei ripari sotto roccia costituiti da cavità carsiche situate spesso in prossimità di risorgive che garantivano la disponibilità d’acqua. È il caso della Tecchia d’Equi, il sito archeologico più importante della regione, in cui l’uomo cacciò l’Orso delle caverne (Ursus speleaus) e visse continuativamente fino al Neolitico lasciando reperti di enorme interesse paleontologico e paletnologico. A confermare l’importanza della cultura materiale apuana di quel periodo è stata la scoperta nel Riparo Fredian di due denti otturati con cura, in assoluto le più antiche otturazioni dentarie della preistoria a livello mondiale. I primi segni indelebili sul paesaggio naturale furono lasciati dai Liguri Apuani, popolazione di influenza celtica che abitò la regione tra l’Età del rame e l’Epoca Romana. Oltre a una ventina di castellieri, i loro villaggi fortificati, la presenza di questa tribù è testimoniata dalle incisioni rupestri rivenute quasi ovunque nei boschi apuani. Ai Liguri Apuani, dediti alla pastorizia e all’agricoltura, si devono anche le prime modifiche apportate alla vegetazione, che, tuttavia, non incisero più di tanto sul paesaggio. Fu dopo la loro scomparsa che le Apuane iniziarono a subire una ben più invasiva alterazione dello stato naturale, quando i Romani ripresero su scala che potremmo definire pre-industriale l’escavazione del marmo avviata in precedenza dagli etruschi. Nei monti di Carrara sorsero i centri abitati in cui vivevano le maestranze deputate al lavoro di cava, attività i cui segni sono ancora numerosi nel paesaggio attuale. Dopo la stasi altomedievale, la silvicoltura, e soprattutto la pastorizia, si diffusero sempre più nelle zone dove la crescita di boschi e praterie era favorita dalla scarsità o dall’assenza di affioramenti marmiferi. Il paesaggio del versante garfagnino offre esempi mirabili di come le comunità pastorali sfruttarono con sapienza le forme del territorio, non distruggendole ma rapportandosi ad esse in un’armonica convivenza. Appare emblematico a questo proposito quello che poi diverrà l’insediamento di Campocatino, luogo d’elezione per la transumanza ricavato all’interno di un circo glaciale ormai libero dai ghiacci. Con la ripresa economica nel tardo Medio Evo e nel Rinascimento, l’attività estrattiva si estese al territorio massese e in Versilia. Qui, tuttavia, per la natura stessa del corpo marmoreo, la produzione mineraria ebbe fortune alterne le cui testimonianze sul paesaggio attuale comprendono sia manufatti di archeologia industriale, come le vie di lizza, massicciate utilizzate per trasportare i blocchi a valle che formano una rete viaria unica al mondo, sia vaste aree devastate da cave ormai non più produttive. Tra queste, la zona di Tre Fiumi, nel cuore del complesso apuano, è forse l’esempio più eclatante. Per contro, nei bacini di Carrara l’incremento dell’attività estrattiva si accompagnò alla nascita di una cultura del marmo che iniziò a permeare la società locale divenendone a poco a poco elemento fondante dell’identità popolare. Per la gente di Carrara lo sviluppo di una cultura materiale, l’innesco delle lotte di classe e l’orgoglio di estrarre la materia destinata a una pregevole produzione artistica, sono tra i fattori che, associati al comune destino di un lavoro duro e pericoloso come quello del cavatore, trasformarono le cave in bene identitario, andando oltre il loro mero aspetto economico.
Altre produzioni industriali che si svilupparono contestualmente a quella del marmo non ebbero lo stesso successo: nei secoli scorsi l’alta Versilia fu oggetto di un’intensa attività mineraria per l’estrazione di minerali metallici e in alcune zone del territorio apuano sorsero diversi tipi di opifici che sfruttavano l’acqua dei fiumi come forza motrice. Tutte attività che non ressero all’evoluzione dei mercati e di cui, con qualche eccezione, resta solo qualche labile traccia.
Questo excursus sul paesaggio apuano non può che concludersi con l’analisi, ancorché sommaria, della situazione attuale, vista come ultimo atto di un’evoluzione che dura da decine di migliaia di anni. Su un territorio oggettivamente straordinario dal punto di vista ambientale, l’uomo, nella naturale ricerca di risorse per soddisfare le proprie esigenze, ha impresso due strade ben distinte. Da una parte si colloca il paesaggio naturale e quello creato da un uso storico del territorio che potremmo definire sostenibile ante-litteram, dall’altra il paesaggio minerario attivo prodotto dall’escavazione del marmo. Come già detto, in buona parte della catena montuosa queste due anime sono costrette dalla natura a convivere a stretto contatto, spesso entrando in conflitto tra loro per l’evidente invasività dell’attività estrattiva. E qui sta la sintesi della lettura del paesaggio attuale: mentre il paesaggio naturale e quello storico sono beni comuni che esprimono un legame con le genti locali, rafforzato dalla possibilità di vivere il territorio secondo dettami sostenibili dal punto di vista ambientale, oltre che economico, dal paesaggio minerario attuale emerge come l’attività estrattiva, sostanzialmente a beneficio di pochi e peraltro estesa anche alla produzione di banale granulato, abbia ormai raggiunto livelli e pratiche tali non solo da compromettere il carattere e le potenzialità del resto del territorio, ma addirittura da ledere, con la distruzione sistematica dei bacini marmiferi, i simboli stessi alla base dell’identità culturale dello stesso popolo cavatore.

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